Verso una nuova tassa denominata digital tax “2.0”:quali luci o ombre si nascondono?La digital tax annunciata dal premier Renzi sarà destinata a tassare i redditi delle multinazionali come Google, Facebook, Amazon, multinazionali americane della Rete che hanno un sistema per cui non pagano le tasse nei luoghi dove fanno business. L’obiettivo della digital tax, di cui si prevede l’applicazione dal 1° gennaio 2017, è colpire con meccanismi diversi questi colossi del web, per far pagare tasse nei luoghi in cui gli stessi di solito fanno transazioni e accordi. la digital tax dovrebbe applicarsi quindi ai soggetti non residenti che realizzano transazioni digitali con una continuità di sei mesi e una significatività in termini di fatturato pari ad almeno 5 milioni annui. Se il soggetto estero non dichiara spontaneamente i suoi ricavi e costi “italiani” verrà applicata una ritenuta alla fonte sulle transazioni del 25 %. Dietro l’annuncio eclatante di questa tassa che dovrebbe contribuire ad introitare soldi nelle casse dello Stato, si nascondono alcune criticità evidenti.

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In Italia presto i redditi delle multinazionali del Web come Google, Facebook, Amazon potrebbero esser tassati.

E' quello che prevede la digital tax annunciata dal premier Renzi.

I presupposti normativi per l'applicazione della norma sono: la stabile organizzazione “digitale” e la ritenuta alla fonte del 25 %.

Per stabile organizzazione digitale ( in Italia) si intende che l'impresa estera dovrà realizzare una presenza continuativa di attività online in Italia appunto, tale da generare un flusso di pagamento a suo favore.

La ritenuta alla fonte invece è un imposta, che spetterà agli intermediari finanziari riscuotere.

Essa viene applicata sui pagamenti a favore dell’impresa estera per beni e servizi acquisiti online.

Tale ritenuta – e qui si annida l’intenzione di costringere i soggetti esteri a dichiarare l’esistenza della stabile organizzazione – non troverebbe applicazione in tutti i casi in le imprese estere hanno in Italia una stabile organizzazione ai sensi dell’art. 162 TUIR.

In breve la digital tax dovrebbe applicarsi ai soggetti non residenti che realizzano transazioni digitali con una continuità di sei mesi e una significatività in termini di fatturato pari ad almeno 5 milioni annui.

In alternativa viene prevista una ritenuta alla fonte sulle transazioni del 25 %, entrando in funzione se il soggetto estero non dichiara spontaneamente i suoi ricavi e costi “italiani”.

Alcuni esperi del settore, però cominciano ad avere seri dubbi sull’efficacia della nuova tax digital, poichè ritengono che dietro l’annuncio di Matteo Renzi che ne prevede l'attivazione dal primo gennaio 2017 vi sarebbe solamente l’esigenza di un'imposizione selvaggia per far pagare le tasse a imprese che hanno un'attività immateriale con presenza digitale significativa nel nostro Paese, senza tener conto del fatto che tale digital tax nasconde nel suo grembo un implicito difetto.

Secondo alcuni economisti infatti la digital tax, potrebbe risultare non compatibile con il diritto internazionale ( in primis con il principio della libertà di stabilimento), dato che in qualche modo va ad influenzare la scelta delle aziende straniere di aprire o meno una stabile organizzazione in Italia.

Inoltre alcune analisi promosse a livello internazionale dall’OCSE, evidenziano che per simili fattispecie sarebbe più auspicabile l’introduzione di un regime fiscale ad hoc.

Ma non solo queste le criticità che vengono sollevate.

Secondo altri economisti la digital tax sarebbe un tentativo maldestro di copiare la misura presa in Gran Bretagna, discostandosi da quest'ultima perché mira a tassare i ricavi mentre quella londinese tassa i profitti.

Ed è proprio questo il difetto principale: un'imposizione sui ricavi non si è mai sentita in nessun paese.

Oltretutto c’è chi rincara la dose come Dario Stevanato, avvocato tributarista, il quale sostiene che “poiché i "giganti dell'economia digitale" non possiedono, già oggi, una stabile organizzazione in Italia, non si può pretendere di applicare loro una ritenuta alla fonte sui pagamenti effettuati da banche e intermediari.

In mancanza di un radicamento sul territorio italiano, e atteso che i contratti di vendita vengono stipulati all'estero le società con sede all'estero non producono redditi nello stato della fonte (l'Italia)”.

In attesa di ultime notizie in merito alla digit tax quello che è certo è che dovrebbe valere 2 o 3 miliardi.

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