L’Ecofin dice stop all’elusione fiscale e dà il via sul tax rulingLa tax ruling non permetterà più ad una società di eludere il fisco attraverso il trasferimento di profitti da una filiale all’altra in diversi Stati. Lo hanno stabilito i ministri delle Finanze dell’Eurozona. L’accordo politico sullo scambio automatico di informazioni sugli accordi fiscali tra governi e multinazionali è stato raggiunto dopo sette mesi di discussione. Le nuove norme entreranno in vigore il primo gennaio 2017. L'intesa, che giunge in un contesto di lotta internazionale contro l'elusione fiscale, è stata possibile grazie a una serie di compromessi sulla retroattività del provvedimento e sulla soglia di fatturato delle imprese coinvolte. Gli stati membri per evitare che altri furbetti possono continuare ad evadere dovranno scambiarsi automaticamente informazioni sugli accordi fiscali che stringono con le aziende.

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Si ritiene soddisfatto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan dopo il raggiungimento dell’accordo sui tax ruling.

Ha dichiarato infatti che “ci sono sicuramente le basi per un forte recupero dell’evasione, della lotta all’evasione e all’elusione e di una maggiore trasparenza sull’informazione degli accordi che le imprese in termini di tasse hanno stabilito”.

L’Ecofin, il Consiglio Economia e finanza composto dai Ministri delle finanze degli stati membri, ha finalmente trovato un’intesa politica sullo scambio automatico di informazioni tra gli Stati sui tax rulings (gli accordi fiscali preventivi con le imprese) e sugli accordi sui prezzi di trasferimento di beni e servizi all’interno dei gruppi.

Il funzionamento dei tax ruling prevede che quando lo Stato firma un tax ruling con un’azienda gli altri potranno monitorare la situazione e il possibile impatto sul loro fisco.

Il testo dell’accordo è stato emendato apportando delle correzioni che lo hanno reso più easy: la versione originaria infatti prevedeva che lo scambio di informazioni sarebbe dovuto diventare operativo a partire dal 2016 e avrebbe interessato gli accordi raggiunti tra multinazionali e governi fino a 10 anni prima.

L’accordo appena raggiunto prevede invece una retroattività di cinque anni, che consente di andare indietro nel tempo per recuperare i tax rulings e allargare la platea oggetto dello scambio di informazioni.

L’obiettivo di impedire alle aziende che operano in più Paesi di sfruttare le differenze legislative per pagare meno imposte sembra esser stato raggiunto dalla Commissione UE che ha proposto l’accordo.

Inoltre, sono state introdotte delle soglie di fatturato sotto le quali, le aziende non sono prese in considerazione perché non sono rilevanti.

La soglia è 40 milioni di euro di fatturato all’anno.

I ministri europei hanno in definitiva detto basta ai privilegi fiscali come quelli di cui hanno goduto Apple e Amazon, portati alla luce dallo scandalo LuxLeaks e finiti nel mirino della Commissione.

Il contrasto all’elusione, secondo l’esecutivo europeo, dovrebbe da un lato permettere di aumentare le entrate degli Stati membri, che potranno così limitare gli oneri che ricadono sui cittadini, dall’altro evitare la concorrenza sleale esercitata dalle imprese che non versano il dovuto al fisco.

Il nuovo intervento arriva dopo che, già nel mese di marzo l’Ecofin ha dato il suo consenso alla revisione della direttiva comunitaria “madri-figlie“, quella che regola i rapporti tra le società capogruppo e le controllate.

Si tratta dunque di un ulteriore passo in avanti da quando la Commissione europea ha pubblicato nel mese di luglio per la prima volta la lista dei paradisi fiscali.

Si tratta di trenta Paesi, tra cui Hong Kong e Brunei in Asia, Monaco, Andorra e Guernsey in Europa, una serie di Paesi caraibici inclusi le Isole Cayman e le British Virgin Islands.

Bisogna aggiungere che l’accordo si allinea con le recenti regole dell'Ocse che per contrastare l’elusione e l’evasione fiscale ha predisposto dei nuovi strumenti di azione contro i trasferimenti finanziari fittizi, le indebite deduzioni di interessi e le filiali fantasma, oltre a un sistema di monitoraggio dei risultati e sull’economia digitale, che permetteranno di effettuare controlli più stringenti sulle grandi e grandissime aziende.

Insomma, per i big come Apple, Google, Sturbucks o Amazon ora sarà più complicato giustificare la propria politica fiscale.

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