La Cassazione dice no al reato di omesso versamento dell’IVALa Corte di Cassazione con sentenza n. 40352 dell’8.10.2015 chiude un occhio sul reato di omesso versamento IVA, ritenendo che in tema di omesso versamento Iva, si è da tempo consolidato il principio secondo cui la crisi di liquidità può escludere la colpevolezza, solo se è dimostrato che il contribuente abbia adottato tutte le misure per provvedere all'assolvimento dell'obbligo tributario. Ecco perché a seguito dell’orientamento più flessibile adottato dalle sempre più numerose pronunce della Corte in questa direzione, non può non intravedersi un apertura verso quelli che sono i singoli casi dei contribuenti che spesso si trovano da soli a lottare contro la ingarbugliata macchina fiscale. La pronuncia è importante perché suggerisce ai giudici di merito una valutazione caso per caso delle ragioni che potrebbero aver causato l'omesso versamento.

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Il caso sotto la lente d’ingrandimento dei giudici della cassazione: Il legale rappresentante di una società veniva imputato del delitto di omesso versamento Iva, essendo il debito dovuto superiore alle soglie penali previste dall'articolo 10 ter del Dlgs 74/2000.

Il contribuente proponeva ricorso evidenziando come l'omesso versamento era stato causato dall'investimento eseguito dall'azienda per degli adeguamenti strutturali nel rispetto delle norme antiinfortunistiche, oltre che per il pagamento delle retribuzioni ai dipendenti.

Il Tribunale sulla scorta di tali presupposti, condividendo tale tesi, lo assolveva.

La Corte di appello, invece, riformando la sentenza di primo grado, riteneva rilevante l'omesso accantonamento delle somme necessarie per il versamento all'Erario, a prescindere dalle spese concretamente sostenute.

La stessa infatti ha ritenuto più importante l'obbligo di accantonare le somme Iva incassate, rispetto alle motivazioni indicate dal contribuente il quale appunto sosteneva che per fronteggiare una grave crisi aziendale durata alcuni anni, aveva dovuto adeguare gli impianti, per poter continuare l'attività, e aveva pagato gli arretrati ai dipendenti in conseguenza degli accordi sindacali sottoscritti.

Il contribuente ricorreva per Cassazione.

I giudici di legittimità hanno cosi accolto le ragioni del contribuente.

 

Cosa dice la massima della Corte di Cassazione? La Corte di Cassazione ha innanzitutto rilevato che in tema di omesso versamento Iva, si è da tempo consolidato il principio secondo cui la crisi di liquidità può escludere la colpevolezza, solo se è dimostrato che il contribuente abbia adottato tutte le misure per provvedere all'assolvimento dell'obbligo tributario.

Il contribuente sarà tenuto a dimostrare non solo di aver cercare in tuti i modi di adempiere all'obbligo di versamento, ma anche che la crisi e il fallimento dei tentativi di cercare denaro, hanno preso il sopravvento.

Qualora infatti lo stesso non riuscisse a dimostrare la non imputabilità della crisi economica, ma anche che la stessa poteva esser fronteggiata ad esempio reperendo risorse economiche e finanziarie da terzi, o agendo sul proprio patrimonio, solo in questi casi può ben sussistere una responsabilità penale a suo carico.

Nel caso di specie però l'adeguamento strutturale dell'azienda e il pagamento delle retribuzioni arretrate ai dipendenti, in virtù anche di accordi sindacali, hanno costituito valide ragioni per non far scattare la punibilità per il reato di omesso versamento Iva.

La Cassazione, inoltre affronta un'altra questione, legata al fatto che la valutazione della non punibilità degli omessi versamenti delle imposte compete al giudice di merito.

Lo stesso deve infatti verificare l'assenza di dolo o l'assoluta impossibilità di far fronte all'obbligazione tributaria.

Tali questioni vanno affrontate "caso per caso" non potendosi applicare principi generali.

Il giudice di merito infatti ai fini della sussistenza o meno del dolo del reato di omesso versamento deve tener conto di una serie di fattori quali la tipologia di attività di impresa e l’effettiva dinamicità della vita dell'azienda (Cassazione n. 31930/2015).

 

Come hanno concluso gli ermellini? Gli ermellini in conclusione ritengono che l'obbligo del versamento Iva (reato configurabile dai 250.000 euro) nelle casse dello Stato, così come il correlativo "dovere" di accantonamento di somme annue per poter far fronte ai contribuiti, possono esser messe da parte, qualora il contribuente in buona fede, abbia fatto tutto il possibile per adempiere diligentemente al pagamento dell’imposta, essendo lo stesso impossibilitato in qualsiasi modo a reperire risorse economiche.

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