Può considerarsi nullo un avviso di accertamento privo della motivazione? La Corte con sentenza n. 20251 del 2015 afferma che e' nullo l'avviso di accertamento ai fini Iva, nonostante i versamenti ingiustificati in banca, se non si tiene conto dei presupposti di fatto e di diritto, che hanno determinato la rettifica del reddito dichiarato. In tali casi infatti l'avviso non è motivato e, quindi, non è valido. La Corte di Cassazione respinge cosi il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, che aveva accertato un maggiore imponibile Iva a carico di un contribuente, perché la stessa ha omesso di quegli elementi sostanziali che indicano le ragioni per cui l’ente impositore è giunto a quella decisione amministrativa.

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La massima della Corte di Cassazione: La Corte con sentenza n. 20251 del 2015 afferma che è nullo, per carenza di motivazione, l’avviso di accertamento basato sui versamenti in banca del contribuente in cui l’Agenzia delle Entrate non dia adeguatamente conto, come impone la legge, dei presupposti di fatto e di diritto che hanno determinato la rettifica del reddito dichiarato.

La nullità dell'avviso di accertamento ai fini Iva effettuato dall'Agenzia delle Entrate sui redditi del contribuente deriva appunto da fatto che la stessa si è soffermata solo sulla discrasia tra i compensi dichiarati ai fini Iva e quelli ai fini Irpef.

 

Il caso all’esame dei giudici: La Commissione Tributaria Regionale del Lazio ha annullato un avviso di accertamento a fini IVA emesso dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di un professionista in base alle risultanze di indagini bancarie.

La CTR, a differenza della Commissione di prima istanza, ( che aveva rigettato il ricorso affermando che l’ufficio tributario aveva correttamente rilevato sia compensi non contabilizzati, sia il difetto di idonee giustificazioni per le movimentazioni finanziarie) ha statuito la presenza del vizio di motivazione lamentato dal contribuente, e quindi ha dichiarato nulla la rettifica operata dall’Ufficio finanziario.

Il contribuente infatti aveva appellato la decisione deducendo il difetto assoluto di motivazione dell’avviso, nonché l’errore inescusabile dell’ufficio tributario nell’attività di accertamento.

Chiedeva quindi (previo eventuale espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio) il rimborso delle somme non dovute versate nelle more del giudizio, oltre interessi, rivalutazione e spese di lite.

L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per Cassazione che però le è stato respinto sulla base delle seguenti motivazioni.

 

Le motivazioni delle Corte di Cassazione: Gli ermellini non hanno condiviso la tesi della ricorrente circa la funzione della motivazione dell’accertamento tributario.

I giudici di legittimità hanno infatti ritenuto che l'originaria inidoneità motivazionale dell'atto comporta l'invalidità di questo e, contrariamente a quanto dedotto nel caso di specie dalla ricorrente Agenzia, “è perfettamente legittimo che la CTR valuti, in relazione ad uno specifico motivo di impugnazione proposto dal contribuente, la sufficienza della motivazione dell'avviso di rettifica oggetto di controversia”.

I giudici di legittimità continuano affermando che non si può infatti ritenere che la motivazione abbia la mera finalità di affermare la pretesa tributaria e provocare la difesa del contribuente.

Anzi si deve evidenziare che gli artt. 7, comma 1, della Legge 212/2000 e 42, comma 2, del D.P.R. 600/1973, obbligano l’Amministrazione finanziaria a indicare i presupposti di fatto e di diritto che hanno determinato la decisione dell'amministrazione benchè non sia necessario fornire in dettaglio la notizia di ogni singolo elemento di prova.

“Da ciò si evince”, scrive la Corte di cassazione , “che la motivazione attiene alla sostanza e non alla forma dell'atto tributario e, pertanto, non è riconducibile ad una mera provocatio ad opponendum, ma integra un elemento essenziale dell'atto suddetto, sulla cui base va definito il thema decidendum e probandum dell'eventuale successivo giudizio di impugnazione.

In particolare deve consentire il controllo interno e giurisdizionale dell’atto, al fine di valutare la correttezza dell’operato dell’amministrazione”.

In tal senso, del resto, si erano già espresse le sezioni unite e la Corte costituzionale con la pronuncia n. 244 del 2009.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20251 del 9 ottobre 2015 respinge quindi il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, che aveva accertato un maggiore imponibile Iva a carico di un contribuente, per l'assenza degli obblighi di motivazione negli atti impositivi.

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